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ABBIAMO FATTO UN NUOVO SITO.

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Quando abbiamo cominciato a ragionare sul nuovo sito di Uvet Events, qualche mese fa, il problema sembrava abbastanza semplice.
Il sito che avevamo non ci raccontava più, era nato in un altro momento dell’azienda, e soprattutto nel frattempo eravamo cambiati noi.

Capita.

Hai presente quelle fotografie che continuiamo a usare sui social perché siamo venuti particolarmente bene e pazienza se nel frattempo abbiamo cambiato capelli,
occhiali e probabilmente anche qualche idea? Beh, col sito era la stessa cosa. Semplicemente era rimasto legato a una cosa che avevamo fatto
per far sapere che eravamo creativi. Ma era una dichiarazione di intenti.

E poi le aziende cambiano molto più velocemente dei loro siti, che spesso rimangono lì, immobili, a raccontare chi eravamo tre, quattro, cinque anni prima.

Quindi, OK, rifacciamo il sito.

Facile a dirsi. Sono partiti i meeting, le scelte stilistiche, i colori da ottimizzare ma non cambiare, le cose da dire.
E quando abbiamo cominciato a lavorarci davvero, ci siamo accorti che il problema non era il sito. Eravamo noi.
O meglio, era capire cosa volevamo raccontare di noi.

Perché se fai eventi la tentazione è ovvia: metti delle belle fotografie. E noi, per fortuna, di belle fotografie ne abbiamo parecchie.
Palchi, convention, lanci, viaggi, sfilate, automobili, persone, luci, posti straordinari in Italia e in giro per il mondo.

Tutto molto bello. Ma quello è racconto ex post. Che a volte è anche autocelebrazione.

Il nostro lavoro invece, comincia molto, molto prima.

Generalmente parte quando arriva una mail con allegato un brief che magari leggi la prima volta e pensi di aver capito tutto;
la seconda rileggi e capisci qualcosa di diverso, alla terza cominci a chiederti perché il cliente abbia scritto quella frase proprio così.

E allora ecco le telefonate, altre riunioni, altre idee; quelle belle e quelle improponibili che però magari dentro hanno un pezzetto di qualcosa che servirà dopo.
Poi ci sono le pretese degli account, i creativi con le loro idee folli da mettere a terra, la produzione che protesta che non ha budget,
i project manager che “conoscono il cliente e sanno che deve essere fatto così”.
Qualcuno dice che non si può fare, qualcun altro che invece sì, basta capire come.

E alla fine succede.

Ecco, questa è la parte che volevamo raccontare.

Le fotografie continueranno ad esserci, naturalmente. Sarebbe abbastanza “insolito”
(in realtà volevamo usare un altro termine ma non sarebbe stato professionale)
fare un sito di eventi senza mostrare gli eventi. Ma volevamo descrivere anche quello che normalmente nelle fotografie non c’è.
E le persone che li fanno.

IL BLU, IL GIALLO, L’ARANCIONE. INSOMMA, LA LUCE.

Anche sui colori abbiamo discusso parecchio.

Il blu scuro era quasi inevitabile. È Uvet, è solidità, è un colore importante, elegante e poi -diciamolo- dopo tanti anni ci appartiene.

L’altro colore è stato più complicato.

Lo chiamiamo giallo, qualche volta oro, tecnicamente si avvicina a una sfumatura molto morbida dell’arancione.
Se apriamo Pantone, RGB, CMYK e codici HEX non ne usciamo più e probabilmente interessa solo a noi che abbiamo costruito il sito.

Quindi è luce. Perché alla fine è quello.

Ci piace pensare che il blu rappresenti quello che sappiamo già fare, l’esperienza costruita negli anni, la capacità di produrre un evento grande o piccolo,
sapendo che dietro una cosa bellissima vista dal pubblico ci sono budget, timing, sicurezza, fornitori, trasporti, camere d’albergo, permessi,
persone e una quantità abbastanza impressionante di Excel.

La luce invece è quello che non abbiamo ancora fatto. Facciamo filosofia: l’idea che non è ancora arrivata. Bello eh?!

Questa contrapposizione ci piace molto, perché in fondo racconta abbastanza bene il nostro mestiere:
devi essere abbastanza concreto da sapere esattamente quanto costa e quanto tempo serve per costruire qualcosa
che fino a cinque minuti prima era solo un neurone impazzito nella testa del creativo; come nella pubblicità dell’Acqua Lete.

Creatività e produzione; sogno ed Excel. Lo sappiamo: sembra una bestemmia creativa, ma negli eventi funziona esattamente così.

E POI CI SONO LE PERSONE.

Una delle cose che ci ha sempre colpito degli eventi è la velocità con cui spariscono.

Ci lavori per mesi. Riunioni, sopralluoghi, telefonate, rendering, modifiche, preventivi, altri preventivi, altri rendering
perché nel frattempo è cambiato qualcosa, prove, montaggio.

E finalmente arrivano gli ospiti. Due ore. Quattro. Una giornata. Tre giorni. E in una notte finisce tutto.
La mattina dopo qualcuno sta già smontando quello che fino alla sera prima sembrava dovesse rimanere lì per sempre.

È un mestiere strano.

Forse anche per questo abbiamo deciso che nel sito dovevano rimanere maggiormente le persone.
E le racconteremo nei prossimi mesi. Strategist, creativi, project manager, account, producer, designer, tecnici e tutte quelle professionalità
che contribuiscono alla realizzazione di un progetto e che normalmente, quando guardiamo la fotografia finale, non vediamo.

Oltre alle sedi istituzionali, per raccontare useremo il blog.
Perché qualche volta la cosa di cui siamo più orgogliosi in un evento non è affatto quella che si vede nella fotografia.

QUINDI, ALLA FINE, ABBIAMO FATTO UN SITO?
Sì. Ed è online. Finalmente!

Ma raccontarlo semplicemente come “il nuovo sito di Uvet Events” probabilmente sarebbe riduttivo rispetto al lavoro che abbiamo fatto
e soprattutto rispetto a quello che stiamo facendo. È cambiato il modo in cui vogliamo raccontare i progetti.

E stiamo cambiando il modo in cui organizziamo le competenze. Nei prossimi mesi ci saranno novità e linguaggi specifici per settori di mercato.
Li comunicheremo appositamente.

Adesso abbiamo deciso di parlare di noi, delle nostre storie quotidiane. Proveremo anche a parlare di eventi, comunicazione, experience design,
mercato, idee, cose che funzionano e magari anche cose che secondo noi non funzionano affatto. Senza necessariamente avere sempre ragione.

Perché un blog dovrebbe servire anche a questo. A discutere.

Il sito quindi è online.

Il resto no.

Il resto comincia adesso.

Immagine di Fabrizio Mezzo

Fabrizio Mezzo

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